Grief Literacy: se il lutto riguarda tutti, perché dovrebbe restare chiuso negli studi professionali?
Parliamo sempre più spesso di Grief Literacy, letteralmente “alfabetizzazione al lutto”.
È un concetto che mi sta particolarmente a cuore, perché nasce da qualcosa che ho vissuto in prima persona e che continuo a incontrare anche nella mia attività di divulgazione: siamo una società nella quale quasi tutti, prima o poi, attraverseranno una perdita importante, ma continuiamo a essere sorprendentemente impreparati quando il lutto entra davvero nelle nostre vite.
Non sappiamo cosa dire. Non sappiamo cosa aspettarci. Non sappiamo quanto possa durare. Non sappiamo perché una persona possa stare relativamente bene un giorno e crollare quello successivo. Non sappiamo cosa fare davanti alla rabbia, al senso di colpa, alla necessità di parlare ancora e ancora della persona morta. E proprio perché non sappiamo, proviamo a correggere.
Molto spesso chi ci sta accanto ci vuole davvero bene, ma l’affetto, da solo, non sempre basta a rendere competenti davanti al lutto. Il dolore di un’altra persona può spaventare, può farci sentire impotenti, inutili, senza parole. E quando non sappiamo cosa fare di quella impotenza, cerchiamo istintivamente di ridurre il dolore, accelerarlo, aggiustarlo. Non necessariamente perché siamo insensibili. Spesso perché non abbiamo strumenti.
Ed è proprio qui che nasce una delle differenze più importanti: voler bene a qualcuno non significa automaticamente sapere come stare accanto al suo lutto. La Grief Literacy serve anche a questo: trasformare la buona intenzione in una presenza più competente. Ed ecco perché ne abbiamo bisogno.
Ma qui nasce un paradosso sul quale credo valga la pena riflettere.
Se vogliamo più Grief Literacy, il lutto non può essere un sapere riservato a pochi
Il concetto di Grief Literacy è stato sviluppato proprio all’interno del movimento delle Compassionate Communities, che mette in discussione l’idea che morte, morire e lutto debbano essere confinati prevalentemente nei contesti clinici e istituzionali.
Breen e colleghi descrivono la Grief Literacy come parte della costruzione di comunità maggiormente capaci di comprendere il lutto e di rispondere alle persone che lo attraversano.
Questo significa una cosa molto semplice: una società competente sul lutto non può essere costruita esclusivamente dai professionisti della salute mentale.
Perché il lutto non accade soltanto nello studio di uno psicologo: accade a casa, al lavoro, a scuola, tra amici e nelle famiglie. Accade al supermercato, davanti a quei biscotti che hai comprato per anni e che improvvisamente non devi più comprare. Accade a Natale, agli anniversari, durante una cena, davanti a un armadio che non abbiamo ancora avuto il coraggio di aprire.
E nella maggior parte di questi luoghi non incontriamo un terapeuta.
Incontriamo altre persone.
Grief Literacy non significa trasformare tutti in terapeuti
Ed è qui che secondo me dobbiamo fare una distinzione fondamentale: diffondere conoscenza sul lutto non significa autorizzare chiunque a fare psicoterapia.
Sapere che nel lutto può esserci oscillazione non significa diagnosticare qualcuno. Conoscere i Continuing Bonds non significa trattare un disturbo. Sapere che senso di colpa, rabbia, confusione o difficoltà di concentrazione possono comparire dopo una perdita non significa effettuare una valutazione psicologica. E spiegare a un amico che forse non è utile dire a una vedova “devi voltare pagina” non richiede una laurea in psicologia.
Significa semplicemente avere una cultura del lutto migliore.
La prospettiva di salute pubblica sul bereavement va esattamente in questa direzione: il sostegno dopo una perdita può avvenire su livelli diversi. Per molte persone sono fondamentali famiglia, amici e reti sociali; altre possono beneficiare di forme più strutturate di supporto o accompagnamento; una quota più piccola presenta invece necessità che richiedono interventi specialistici di salute mentale.
Le due cose non sono in competizione.
Sono livelli diversi di risposta a bisogni diversi.
Il valore del peer support e delle community online
Accanto alle reti familiari e ai percorsi professionali esiste anche un’altra forma di sostegno che può avere un valore importante: il confronto con persone che hanno vissuto esperienze simili.
Gruppi di mutuo aiuto, peer support e community online possono offrire qualcosa di molto specifico: il riconoscimento reciproco, la possibilità di raccontarsi senza dover spiegare ogni volta da zero ciò che si sta vivendo e la sensazione di non essere gli unici ad attraversare determinate emozioni o difficoltà.
Una revisione sistematica che ha analizzato 32 studi sul peer support nel lutto ha rilevato risultati complessivamente favorevoli, evidenziando anche il valore dei programmi online per la loro accessibilità. Gli autori hanno osservato un potenziale beneficio particolarmente importante nelle persone colpite da un lutto per suicidio, dove stigma e isolamento possono rendere più difficile trovare comprensione nelle reti sociali abituali.
Anche una rapid review più recente sugli interventi online per il lutto ha individuato tra gli aspetti positivi più frequentemente riportati l’accesso a una comunità di supporto, la riduzione dell’isolamento, la normalizzazione di alcune reazioni alla perdita, la condivisione di informazioni e le opportunità di ricordo e costruzione di significato. Gli autori sottolineano comunque che la qualità delle evidenze non è uniforme e che servono ulteriori studi.
Il peer support non sostituisce un intervento clinico quando questo è necessario. Ha una funzione diversa: riportare il lutto anche dentro una dimensione relazionale e comunitaria.
Una comunità competente sul lutto cambia concretamente la vita delle persone
Immaginiamo per un momento cosa significherebbe vivere in una società realmente grief-literate.
Un insegnante saprebbe che un bambino che ha perso un genitore potrebbe avere bisogno che quella morte possa essere nominata, invece di essere trattata come un argomento da evitare. Un collega saprebbe che il ritorno al lavoro non coincide necessariamente con la fine del lutto. Un datore di lavoro comprenderebbe che concentrazione, memoria e produttività possono essere temporaneamente diverse dopo una perdita. Un amico non avrebbe necessariamente la frase perfetta, ma saprebbe che spesso è meglio dire “Ci sono” piuttosto che “Devi essere forte”. Una famiglia saprebbe riconoscere che persone diverse possono vivere la stessa perdita in modi molto diversi, riuscirebbe a comunicarlo senza trasformare le differenze in accuse e a negoziare nuovi equilibri, restando nella relazione anche quando il lutto cambia ruoli, bisogni e modi di stare insieme.
E una persona in lutto avrebbe forse un po’ meno bisogno di chiedersi continuamente:
“C’è qualcosa di sbagliato in me?”
La Grief Literacy serve anche a questo: creare contesti nei quali il lutto possa essere riconosciuto, compreso e accolto, invece di essere immediatamente corretto, silenziato o patologizzato. La ricerca sulla Grief Literacy insiste infatti sulla necessità di rafforzare non soltanto le competenze dei professionisti, ma anche quelle dei cittadini e delle comunità.
Il confine professionale rimane fondamentale
Naturalmente esiste un’altra faccia della questione: dire che il lutto appartiene anche alla comunità non significa sostenere che chiunque possa fare qualunque cosa. Esistono confini professionali precisi.
La diagnosi appartiene ai professionisti abilitati. La psicoterapia appartiene agli psicoterapeuti. Il trattamento del trauma richiede competenze cliniche appropriate. La gestione farmacologica appartiene al medico. Ed essere competenti significa anche riconoscere quando ciò che una persona sta vivendo richiede un livello di intervento diverso dal proprio.
Ma proteggere questi confini non dovrebbe significare trasformare la conoscenza sul lutto in un sapere inaccessibile. Perché esiste una differenza enorme tra trattare clinicamente una persona e educare una comunità a comprendere meglio il lutto.
Sono due attività diverse. E abbiamo bisogno di entrambe.
Forse la domanda giusta è un’altra
Forse dovremmo smettere di domandarci soltanto “Chi è autorizzato a parlare di lutto?” e iniziare a domandarci “Come possiamo fare in modo che più persone sappiano parlarne in maniera competente, rispettosa e responsabile?”
Perché il vero obiettivo della Grief Literacy non dovrebbe essere creare più esperti: dovrebbe essere creare meno solitudine, meno stigma, meno silenzi e meno frasi pronunciate per ignoranza proprio quando una persona è più vulnerabile.
Il lutto continuerà a esistere indipendentemente da quanto siamo preparati ad affrontarlo. La differenza sarà nella società che troveremo intorno a noi quando arriverà: una società che cambia argomento, oppure una società che sa restare.
Una società competente sul lutto non è una società in cui tutti fanno terapia. È una società in cui più persone sanno riconoscere, comprendere e rispettare ciò che una perdita può comportare — e sanno anche quando è il momento di chiedere l’aiuto di un professionista specializzato.
Ed è esattamente per questo che parlare di lutto non è il problema.
Il problema è continuare a non parlarne abbastanza.
